EPISODIO 01

Impara l'arte e non metterla da parte

Impara l'arte e non metterla da parte

L’arte non va archiviata: va usata, mischiata, sporcata e rimessa in circolo. Anche dentro i brand.

Per noi italiani l’arte non è mai stata disciplina per pochi. È nel nostro linguaggio di tutti i giorni: “figlio d’arte”, “a regola d’arte”, “stato dell’arte”. L’arte per noi è un’attitudine. Un modo di fare le cose. Perciò continuiamo a inserirla anche dove nessuno se l’aspetta: nelle aziende, nei prodotti, nei dettagli.

L’arte non va archiviata: va usata, mischiata, sporcata e rimessa in circolo. Anche dentro i brand. È proprio lì che succede qualcosa di straordinario: quando si smette di ripetere e si inizia a reinterpretare.

In passato questo legame era molto più frequente. Quando le aziende lavoravano con maestri come Munari, Miró o Dalí, non cercavano semplice decorazione. Cercavano uno sguardo capace di trasformare il modo in cui il brand rappresentava sè stesso.

Oggi, invece, le aziende spesso percepiscono l’arte come qualcosa di “estraneo”: ribelle, inutile, troppo fantasiosa. A volte persino sbagliata, pericolosa, non controllabile, proprio perché va contro le regole.

Eppure l’arte è molto di più della semplice creatività. La creatività, ormai ipercodificata, rischia spesso di diventare procedura: qualcosa che deve solo funzionare, risolvere, performare. Ma quando un brand si limita a seguire le regole, scivola nella “burocrazia visiva”.

Il design è una cornice ordinata. L’arte è gioco serio: libertà con disciplina invisibile. L’arte non serve a decorare, serve a capire. Quando la porto nel design, non cerco qualcosa di più bello, ma creo qualcosa di più vero.
E quando un brand è vero, si percepisce subito. Non è solo estetica: è carattere, è attitudine.

Alla fine, non si tratta di convincere.
Si tratta di creare qualcosa che valga la pena di essere amato.

Le aziende sono entità vive. Devono funzionare, essere efficienti, certo.
Ma anche evolvere. Sorprendere. Prendere posizione.
Fare a volte anche quello che nessuno ti ha chiesto. L’arte serve a questo:
a riattivare la loro parte più libera, più umana, più imprevista, più VERA. E con l’aiuto del branding, renderla visibile al mondo.

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EPISODIO

Impara l'arte e non metterla da parte

L’arte non va archiviata: va usata, mischiata, sporcata e rimessa in circolo. Anche dentro i brand.

Per noi italiani l’arte non è mai stata disciplina per pochi. È nel nostro linguaggio di tutti i giorni: “figlio d’arte”, “a regola d’arte”, “stato dell’arte”. L’arte per noi è un’attitudine. Un modo di fare le cose. Perciò continuiamo a inserirla anche dove nessuno se l’aspetta: nelle aziende, nei prodotti, nei dettagli.

L’arte non va archiviata: va usata, mischiata, sporcata e rimessa in circolo. Anche dentro i brand. È proprio lì che succede qualcosa di straordinario: quando si smette di ripetere e si inizia a reinterpretare.

In passato questo legame era molto più frequente. Quando le aziende lavoravano con maestri come Munari, Miró o Dalí, non cercavano semplice decorazione. Cercavano uno sguardo capace di trasformare il modo in cui il brand rappresentava sè stesso.

Oggi, invece, le aziende spesso percepiscono l’arte come qualcosa di “estraneo”: ribelle, inutile, troppo fantasiosa. A volte persino sbagliata, pericolosa, non controllabile, proprio perché va contro le regole.

Eppure l’arte è molto di più della semplice creatività. La creatività, ormai ipercodificata, rischia spesso di diventare procedura: qualcosa che deve solo funzionare, risolvere, performare. Ma quando un brand si limita a seguire le regole, scivola nella “burocrazia visiva”.

Il design è una cornice ordinata. L’arte è gioco serio: libertà con disciplina invisibile. L’arte non serve a decorare, serve a capire. Quando la porto nel design, non cerco qualcosa di più bello, ma creo qualcosa di più vero.
E quando un brand è vero, si percepisce subito. Non è solo estetica: è carattere, è attitudine.

Alla fine, non si tratta di convincere.
Si tratta di creare qualcosa che valga la pena di essere amato.

Le aziende sono entità vive. Devono funzionare, essere efficienti, certo.
Ma anche evolvere. Sorprendere. Prendere posizione.
Fare a volte anche quello che nessuno ti ha chiesto. L’arte serve a questo:
a riattivare la loro parte più libera, più umana, più imprevista, più VERA. E con l’aiuto del branding, renderla visibile al mondo.

Angelo Ferrara

Angelo Ferrara è Creative Director e Partner di Robilant. Con un percorso internazionale tra Londra e Milano, lavora da oltre vent’anni all’incrocio tra strategia, design e cultura, trasformando la creatività in identità di marca capaci di lasciare un segno.